La Terra vista dalla Luna

Testi critici

Alberto Gross

catalogo della personale “La Terra vista dalla Luna”, Galleria Wikiarte

14-16 marzo 2015

Esiste uno speciale punto di vista, un lacerto di spaz o ai volta in volta rita­gliato ed eletto a privilegiato osservatorio capace di alterare profondamente proporzioni, misure, equilibri e simmetrie, fino a mutare -penetrandola – la densità del mondo sensibile. 
La trasfigurazione visiva non si accontenta del “nostro” universo e le figure, /o studio della disposizione formale, non sono che cornice provvisoria o instabile punto di partenza: l’uomo viene continuamente superato. 
La pittura di Vito Giarrizzo pare trovarsi a disagio sia entro limiti di spazio che di tempo, sfugge la costruzione statica per sciogliersi nel sincopato di un’arte liquida, irriducibilmente fluida, in cui sia il pensiero a condurre l’immagine, a lasciare germogliare la visione di un edificio scenico tanto più misterioso e simbolico quanto più direttamente lucido e icastico. 
L’evocazione e l’incastro di immagini coglie impressioni del mondo naturale, transizioni, afferrate nel punto in cui la loro combinazione molecolare comincia a dissolversi, a disgregarsi, quando è appena un gesto a separarci dal caos.
La particolare virtù dell’artista, che tra sensazione e percezione ricava il proprio nido, trova la sua profondità d’espressione nell’intensa vivacità dell’evocazione, in grado di risvegliare la coscienza attraverso risonanze psichiche, complicazioni di spirito e pensiero che si intersecano, si sovrappongono e si sdoppiano.
Il quadro si serve così, spesso, dell’allegoria e del racconto nel racconto per definire una sorta di andamento ondulatorio della scena, la cui spirale si svela in prospettive successive e molteplici: una speciale mise en abyme in cui riconoscere un apparato di simboli e figure ricorrenti che non disperdono vivezza lucidità di pensiero, conservandone – per intere – l’enigmaticità e l’inquietudine.
L’istanza filosofica da cui pare scaturire l’opera di Giarrizzo, la necessità sintetica che traduce il pensiero nell’immagine, trova un proprio, ideale correlativo oggettivo nei titoli di volta in volta accostati ai quadri, autentiche chiavi di lettura che non esauriscono le infinite possibilità evocatrici del dipinto ma ne riverberano la portata, stimolandone la complessione.
La riflessione sulle dinamiche umane e sociali si serve dunque di metafisica e surrealismo come degli strumenti più adatti ad interrogarci, a porre questioni la cui risposta più convincente sarà l’ipotesi di una nuova ed ulteriore domanda.
L’uomo, continuamente diviso fra tensione celeste e pesantezza ctonia, ancorato alla materialità delle cose con in mano un pugno di certezze supposte e poca logica, resta in un equilibrio instabile, malfermo, cieco di fronte alla reiterazione distruttiva del medesimo, infinito percorso: il vortice della sua involuzione lo trascina attraverso scenari apocalittici e – quasi – disumanizzati, vicini alle inquietanti, profetiche visioni della “Metropolis” di Fritz Lang.
Cosa sarà la Terra vista dalla Luna? Forse – per tornare di nuovo al cinema e a quel primo immaginifico Voyage dì Meliés – un insieme di individui che tentano in maniera grottesca, di raggiungere e superare ciò che non sono nemmeno in grado di comprendere, spinti da una sorta di hybris pericolosa­mente inarrestabile ed autodistruttiva?

Dicono di lui